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venerdì, 10 aprile 2009

Sabatino Catapano





Sabatino Catapano è un poeta ed artista anarchico, rimasto rinchiuso nel manicomio di Aversa per diverso tempo.
Ieri sera sono stato a Sarno da lui, assieme ad alcuni amici.
Ho realizzato alcune riprese, e le ho montate assieme ad alcune immagini di un suo spettacolo tenuto qualche anno fa a Torino in un centro sociale.
Sabatino, il Pulcinella con la camicia di forza che nonostante tutto riesce a parlare, è persona di grande umanità. La moglie Anna è una donna straordinaria.

postato da: dhPhD alle ore 04:36 | link | commenti (4)
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lunedì, 15 dicembre 2008

Gian Maria Volonté: visioni di un grande attore



Un mio deferente omaggio al grande attore italiano ("Perché io sono italiano", come afferma per bocca del 'suo' Bartolomeo Vanzetti). Un breve excursus tra alcuni dei memorabili ruoli mimetici di Gian Maria Volonté, con estratti tratti da:

- Per qualche dollaro in più (di Sergio Leone, 1965)
- L'armata Brancaleone (di Mario Monicelli, 1966)
- Quien sabe? (di Damiano Damiani, 1966)
- Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (di Elio Petri, 1970)
- Uomini contro (di Francesco Rosi, 1970)
- Sacco e Vanzetti (di Giuliano Montaldo, 1971)
- La classe operaia va in paradiso (di Elio Petri, 1972)
- Giordano Bruno (di Giuliano Montaldo, 1973)
- Io ho paura (di Damiano Damiani, 1977)
- Il caso Moro (di Giuseppe Ferrara, 1986)
- Porte aperte (di Gianni Amelio, 1990)

Ho sempre ammirato la profondità umana ed artistica di cui Volonté è stato quasi ascetico testimone. Solitario e scostante, non amava le grandi platee. Preferiva donarsi attraverso il suo mestiere di attore, tra ricerca e sacrificio, cercando di comunicare agli altri ciò che tra le pieghe dell'arte gli sembrava di intravedere. Grandissimo esercizio di tecnica e stile e, a parte tutto il resto, di enorme generosità.
postato da: dhPhD alle ore 18:37 | link | commenti (4)
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sabato, 16 febbraio 2008

Gian Maria Volonté


Gian Maria Volonté (estratto dal documentario "Un attore contro", 2005)

Attore immenso, ma quasi senza fisicità "propria". Volonté viveva delle sue ossessioni, trovando nel mestiere dell'attore un modo per sfuggire temporaneamente a se stesso. La metamorfosi richiedeva mesi e mesi di studio, ma alla fine nulla sarebbe rimasto più come prima. Né vita, né arte.
Un destabilizzante rito sacrificale, cui Volonté dava in pasto se stesso e la sua generosità. Cui piegava il suo volto fino a sfinirlo rendendolo irriconoscibile, ma in ogni caso mai "maschera". Un sacrificio che gli imponeva di non essere mai se stesso, pur lasciando se stesso all'interno di ogni interpretazione.
Volonté era conoscitore profondo di quell'umano che contemplava e padroneggiava con sapienza straordinaria, ma che forse in realtà non amava. E come avrebbe potuto amare quell'umanità la cui violenza quotidiana gli causava orrore ed angoscia?

"Noi speriamo in un mondo che riesca a migliorare la qualità della vita di tutti, l'ambiente, la possibilità di conoscere, la possibilità di comunicare, di informare. E soprattutto la possibilità di eliminare tutto quello che è oggetto per distruggersi. Far scomparire le armi, le guerre, la pena capitale. Ecco, io credo che già quello sarebbe un cambiamento enorme."

Volonté non era dalla parte del potere, e le sue scelte artistiche lo testimoniano limpidamente. Un artista "coautore", e non un burattino nelle mani di chicchessia, fosse pure in quelle di Fellini...


La classe operaia va in paradiso, 1971, di Elio Petri


Porte aperte, 1990, di Gianni Amelio


Sul set di Lo sguardo di Ulisse nell'anno della morte (1994), con Harvey Keitel
postato da: dhPhD alle ore 01:58 | link | commenti
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domenica, 16 dicembre 2007

The Voice is gone

Un grandissimo 'non-attore' di talento straordinario è andato via. Un artista assoluto - eccelso e impareggiabile - ci ha lasciati. Peppino Rinaldi, il più grande doppiatore italiano di sempre, è morto all'alba di ieri, sabato 15 dicembre 2007.
Soltanto 2 mesi fa, qui sul mio blog, gli dedicai un piccolo omaggio.

Un divertente aneddoto che racconta la brillante personalità di Peppino è contenuto nel libro Le voci del tempo perduto, di Gerardo Di Cola.

«Insofferente verso il conformismo dei ruoli e irriverente verso la soggezione al mito, quando a casa di Disney incontra Frank Sinatra che gli si rivolge ironico: "...ma tu mi doppi anche quando canto?", Peppino di rimando gli risponde: "Certo, è per questo che ti chiamano The Voice!", freddando il grande Frank».


Peppino Rinaldi in La valle dell'Eden, 1955, con James Dean


Peppino Rinaldi in Hollywood Party, 1968, con Peter Sellers


Peppino Rinaldi in C'era una volta il West, 1968, con Charles Bronson


Peppino Rinaldi in Giù la testa, 1971, con James Coburn


Peppino Rinaldi in Il Padrino, 1972, con Marlon Brando


Peppino Rinaldi in La stangata, 1973, con Paul Newman


Peppino Rinaldi in Americani, 1992, con Jack Lemmon
postato da: dhPhD alle ore 06:09 | link | commenti (5)
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martedì, 11 dicembre 2007

Peppino De Filippo

Sono sempre a disagio con di chi, probabilmente succube del sentito dire, ricorda Peppino De Filippo come semplice spalla di Totò. E ciò accade per lo più con i cinefili-cinofili della domenica i quali, innamorati evidentemente di null’altro fuorché del suono della propria voce, sciorinano con convinzione sospetta maldestri luoghi comuni d’accatto, atteggiandosi peraltro a immarcescibili profeti del sentire comune. Intollerabile aggravante, davvero, quella insista nel loro compiacimento. Il compiacimento di chi reciterebbe la lista della spesa con la stessa intenzione che sciorinerebbe profondendosi in una pubblica dizione del Faust di Marlowe. Il che io trovo assolutamente patetico e fuori luogo. Non tanto e non soltanto nella sostanza, intendo, quanto soprattutto nell’idiotesco e canagliesco cipiglio di cui spesso vergono infarcite cotali scempiaggini. E temo che la mia reazione risentita sia assai più naturale e spontanea di cotale artefatta e criminale disinvoltura.

Personalmente ho sempre ammirato il senso della sospensione scenica di cui Peppino De Filippo è stato irripetibile testimone, quasi fino a prodursi in un’incapacità letterale di profferir verbo. Estremo epigono, davvero, delle maschere della commedia dell’arte. Ma in lui l’irresistibile facondia delle maschere del teatro nostrano viene a scomporsi in un’apparente passività che credo rappresenti il rifiuto di ogni déjà-vu. E’ il senso di vuoto che il grande artista avverte, e che lo porta assai spesso a pronunciare trafelato le sue battute, quasi fuori tempo massimo, come se davvero fossero estremo scampo dallo scandalo del silenzio, avvertito drammaticamente come possibilità ma non come risposta soddisfacente. In questa fuga non c’è traccia di alcun artificio retorico, ed anzi vi è insita la problematicità del fuori scena, del fuori tema, del fuori tempo appunto. La battuta non è dunque caldeggiata e covata col sornione compiacimento del mestierante. E’ gettata via, in tono minore, spesso farfugliata come segnacolo e memoria del non detto. E contiene in sé l’estrema sapienza del sopravvissuto ad un’epoca, ad una tradizione. Ma comprende anche il disagio della propria diversità, della propria estraneità.

In questo senso comprendo benissimo come la sua meravigliosa arte possa venir fraintesa e del tutto sottovalutata. E credo anche che fosse assai difficile per qualunque attore rapportarsi efficacemente con un artista del genere, geniale e genialmente sottotono. Difficile davvero per chiunque rispondere alle sue splendide volée tagliate che rompono, frantumano, disorientano ogni tempo scenico e ogni canovaccio. Tali sono le sue caratterizzazioni, talvolta accentuate e squilibrate, volte apparentemente al grottesco… Ma esse in realtà trascendono tale grottesco, annullandolo nel sentito dire, sconfinando invece in una miriade di sfumature ottenute con la sospensione, l’assenza, la frantumazione di quello stesso carattere dato per scontato nell’immaginazione dello spettatore.

Quanto è diverso Peppino da Eduardo... Eduardo, grande autore ma attore irrimediabilmente mediocre, ha bisogno di riempire di sé lo spazio scenico. Vive la necessità sciagurata di piegare tutti gli altri attori a quel sé da mettere in scena. Egli è sempre, ineluttabilmente, il protagonista. Sfregola per la sua ansia di dire, di dimostrare, di prodursi in parabole a volte mirabili ma talvolta anche stolidamente prevedibili. E a tal fine manipola, conduce, mente, commuove, annoia, strabilia. Ma non conosce il venir meno, l’assenza, il defilarsi, a meno che non decida di volerne intenzionalmente sperimentare gli effetti sul suo pubblico. E’ il padre-padrone che a volte bonariamente concede, ma non pensa mai neppure lontanamente di gettare via se stesso.

Peppino, invece, è lontano anni luce dal compiacimento del fratello, e vive e convive con un’ansia metastorica e metalinguistica che trascende straordinariamente ogni intento e ogni intenzione. Quasi annoiato e stanco di se stesso, oserei dire, ma in ogni caso splendido e splendidamente vivo. 

       

postato da: dhPhD alle ore 05:07 | link | commenti (19)
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lunedì, 26 novembre 2007

Peter Lorre

Un grande attore degradato spesso a caratterista. Piccolo, tozzo, sfuggente, occhi spiritati. Enorme carisma cui fa perfetto e meraviglioso pendant l'assenza di physique du rôle. Inquietante e mai statico sulla scena. Enormi potenzialità drammatiche, grande talento comico.
Sostanzialmente sottovalutato all'epoca, oggi credo farebbe fortuna sul lastrico. O all'interno di chissà quale trasmissione televisiva in cui probabilmente il cretino di turno gli ordinebbe senza rispetto: "Facci ridere!". Magari negli intermezzi fra la televendita di un assorbente e il promo di un nuovo telefonino.
Ma glielo ordinerebbero - beninteso - soltanto per banalizzare ed esorcizzare la profonda inquietudine suscitata nel miserabile uomo medio dal suo smisurato talento.


M - Il mostro di Düsseldorf (M), 1931, di Fritz Lang


Arsenico e vecchi merletti (Arsenic and Old Lace), 1944, di Frank Capra


I maghi del terrore (The Raven), 1963, di Roger Corman
postato da: dhPhD alle ore 03:16 | link | commenti (1)
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martedì, 09 ottobre 2007

Peppino Rinaldi

(ovvero: come scomparire in un personaggio e farlo passare alla storia)



Un nome "anonimo" per una voce "anonima"... La voce del più grande doppiatore italiano di sempre: Giuseppe Rinaldi, detto Peppino.
Rivedendo Stromboli terra di Dio, 1949, di Roberto Rossellini, ho riconosciuto quella voce inconfondibilmente anonima. L'ho riconosciuta soltanto perché ho imparato a riconoscerla, anche per merito dei discorsi che un mio amico ed io facciamo da qualche mese sull'argomento "doppiaggio". Nei primissimi minuti del film compare un sergente che - con accento partenopeo imitato peraltro benissimo - intima ad Antonio (Mario Vitale) di allontanarsi dal filo spinato attraverso cui parla con Karin (Ingrid Bergman). La voce è chiaramente quella di Peppino (ormai, per me e per il mio amico, il Peppino per antonomasia è Giuseppe Rinaldi). Credo - ma non ne sono sicuro al 100%, anche perché non ho trovato nessun altro riscontro - che i panni del sergente siano vestiti proprio da Peppino.

Ma qual è la grandezza di Peppino, magistrale doppiatore italiano - tra i numerosissimi altri - di Jack Lemmon, Marlon Brando e Peter Sellers?
La sua voce non caratterizza, non carica di ingombro alcun personaggio, e resta fondamentalmente scollegata dalla memoria e dalla figura degli attori cui essa è prestata. Il che è un pregio enorme, soprattutto se consideriamo gli "eccessi" di caratterizzazione di altri doppiatori, splendidi e perfetti in alcuni ruoli - tanto da rimanere impressi anche nell'immaginazione dello spettatore più distratto - ma goffi e pesanti in altri doppiaggi. Mi vengono in mente innanzitutto Ferruccio Amendola che doppia Sylvester Stallone, oppure Pino Locchi che presta la sua voce a Sean Connery.
Peppino non caratterizza, né "imita" le cadenze dei suoi personaggi. Direi piuttosto che le reinventa con duttilità e abilità straordinarie. Un genio, indubbiamente. Un mostro di tecnica, innanzitutto, ma del tutto estraneo a qualunque sfoggio di arte retorica. Una voce - la sua - capace di passare con abilità e disinvoltura autenticamente diaboliche attraverso i più svariati registri. Credo che siano davvero pochi gli attori al mondo in grado di rappresentare contemporaneamente la comicità di Peter Sellers e l'inquietudine drammatica di Marlon Brando. Oppure la versatilità di Jack Lemmon e il "fascino" di Paul Newman... Per non parlare del suo agghiacciante doppiaggio di James Dean in Gioventù Bruciata, che insegue nei toni alti di una recitazione inquieta e sommessa, quasi fino allo snaturamento della propria identità vocale, fino cioè a rendersi davvero irriconoscibile e a scomparire. A scomparire e dimenticarsi di sé, per l'appunto, dimenticando dunque anche di essere un attore...

Peppino Rinaldi in
"Il ratto delle Sabine (Il professor Trombone)", 1945, di Mario Bonnard

Il Peppino "doppiatore" è dunque un "attore"? Non c'è dubbio che almeno in parte lo sia. Ma in parte non lo è affatto, e non per la classica obiezione che da sempre è stata fatta ai doppiatori, quella cioè di essere degli attori di serie B o degli attori mancati. E forse Peppino da piccolo aveva un sogno, lo stesso di tanti bambini di oggi: da grande avrebbe voluto fare l'attore. Un sogno mai realizzatosi compiutamente. Prestare agli altri attori la propria voce potrebbe dunque essere stato un ripiego, vissuto magari con qualche sofferenza. Rivedendo il volto sommesso di Peppino in Stromboli - attore anonimo e senza il classico physique du rôle - questo dettaglio non può non tornare alla mente. Come la diatriba sui (presunti) attori di serie B o attori mancati.

Ma tale diatriba lascia il tempo che trova. A maggior ragione in questo caso. Peppino infatti è stato un artista geniale, un maestro impareggiabile, e comunque non un attore tout-court. E' un uomo che ha creato opere d'arte autentiche attraverso la sua voce immensa, perché ha immaginato e disegnato forme e sfumature sonore che vanno ben al di là di un "linguaggio" codificato, o di forme o maniere già note. E' stato un genio e un talento smisurato, tanto da creare egli stesso un linguaggio a sé stante, un linguaggio che non somiglia a niente e a nessuno.
Da non-attore egli ha cioè messo in crisi il concetto stesso di attorialità e di interpretazione, prospettando vastità e contorni di impareggiabile eleganza e sapienza artistica. Oltre l'attore resta dunque il suono, forse neppure la voce, neppure le parole, ma unicamente il suono, che si inerpica nella varietà inattingibile e sterminata della mente umana. E - se da tale labirinto riesce a trovare una via di fuga una "caratterizzazione" ben precisa e determinata - questa non è una scelta studiata, "tecnica", o "retorica". E di sicuro non lo è a-priori. E' piuttosto una sinfonia
di assoluto nitore ideata con assoluta naturalezza. Umanissima ma anche inumana in quella sua densa e sofferta genialità che la porta - a volte drammaticamente, a volte con sorniona condiscendenza - all'inevitabile oblio di sé.
Per la serie: chiamiamolo "miracolo", più che "doppiaggio"...

(Per approfondimenti sul doppiaggio italiano: http://www.antoniogenna.net)
postato da: dhPhD alle ore 06:36 | link | commenti (3)
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