Frammenti e visioni. Una riflessione non banale sull'artista e i suoi doppi. L'impossibilità di essere davvero se stessi. Le fughe, l'oblio, i "non ricordo". La sincerità, l'ambiguità, le cadute, i colpi d'ala del genio.
Credo che il film di Todd Haynes sia bello per questo. Per il modo mirabile in cui scompone l'enigma Dylan rendendolo una metafora, in ultima analisi, del mistero della creazione artistica.
Mi restano in mente alcune scene e alcune parole. Il piccolo bambino nero (Marcus C. Franklin) di nome Woody Guthrie (omaggio al vero 'maestro' di Dylan, l'unico che il menestrello abbia riconosciuto come tale) che, in fuga dai
cattivi cade in acqua, in uno splendido delirio-citazione in cui sono fusi insieme
L'Atalante di Jean Vigo e il 'mito' di Pinocchio.
Oppure l'alter-ego Robbie (Heath Ledger), l'
attore di successo. "Robbie aveva appena finito di doppiare il suo ultimo film". Come dire: Dylan aveva appena terminato il suo ultimo album, un capolavoro, in cui però già non era più se stesso. Il riferimento è al periodo immediatamente successivo
The times they are a-changin' . Infatti Robbie è la degradazione di Jack Rollins, l'anima folk autentica di Dylan (interpretata da Christian Bale, che mi sembra canti con la sua vera voce i pezzi di Dylan rappresentativi del suo 'personaggio'), quell'anima cioè che anni più tardi riceverà la c
hiamata di Dio. "Soltanto ritenersi predestinato avrebbe potuto a quel punto aiutarlo a salvarsi da se stesso". Il riferimento biografico è l'apparentemente incomprensibile passaggio del menestrello attraverso il gospel, cioè attraverso quella che secondo alcuni critici è la sua fase artistica meno felice. E così Jack Rollins incarna un po' gli esiti estremi del genio.
Come l'
interrogatorio del suo alter ego Rimbaud (Ben Whishaw), accusato di sovversione, che punteggia l'intero film con lucidi passaggi.
In uno splendido bianco e nero che rievoca il viaggio-documentario su Dylan e i filmati di
Don't look back (1967), ma si ispira evidentemente anche ad
8 e mezzo, si aggira invece il 'terrorista' Jude Quinn ("Giuda!" gli urla infatti il pubblico). Jude è l'uomo/donna - interpretato da una bravissima Cate Blanchett - che smitragliava e stordiva il proprio pubblico rendendosi odioso per il modo in cui stravolgeva le proprie canzoni, che suonavano così a dir poco 'indigeste' persino ai fan meglio disposti. Per non parlare delle accuse al Giuda che avrebbe tradito l'impegno politico. "Ma una canzone non può cambiare il mondo", replica il traditore. Jude cerca un recupero di se stesso, ha fame di autenticità. Veleggia così attraverso visioni oniriche e tentativi di fuga il cui unico scopo è forse il naufragio attraverso una non definita e non definibile
libertà. In questo senso il riferimento a
8 e mezzo credo ci stia tutto. Ma era fuga, autocompiacimento, o creazione vera? Il dissidio con la 'critica ufficiale', davvero irreparabile e 'recuperato' nel film, fortunatamente non scioglie i nodi. "Tu non sei sincero!" lo smaschera il Mr. Jones dei suoi incubi - "Non ho mai detto di essere sincero", risponde Giuda...
Una parziale risposta
sincera - che richiama davvero da vicino l'
insostenibilità del genio - è data comunque dal vecchio fuorilegge Billy (un immaginario
Billy The Kid, interpretato da Richard Gere), che si aggira nei luoghi in cui era scappato una volta dato per morto. Billy rivede alcuni dei suoi alter ego, prima di abbandonare anche quel posto che lo aveva nascosto e ospitato. "Quando ti mettono davanti a te stesso, tu non parlare". Il vecchio Billy si allontana in treno, nuovamente in fuga: "Io non lo so chi sono. Mi sveglio una mattina e sono diverso la sera. Non posso essere sicuro che il giorno dopo sarò ancora me stesso"...
Io non sono qui.