In altri tempi avrei definito questo un periodo 'fortunato'. Per ragioni misteriose e incomprensibili mi capita di piacere più di quanto mi accada normalmente. Non faccio nulla per piacere, e questo comportamento sarebbe potuto risultare in buona parte inconsueto al me stesso di qualche anno fa. Non faccio nulla, punto. Sarà questa la ricetta 'fortunata' di un me, sfessacchiato come non mai, che risulta addirittura desiderabile agli occhi di qualcuna.
Lo sguardo assente perso nel vuoto, un vuoto che è una cappa di piombo, ma perso a tal punto da apparire quasi disinvolto. Il mio cuore, scrissi una volta da qualche parte, è e resta una lastra di ghiaccio. Ma di ghiaccio tiepido, senza quei rigori che forse a questo punto invocherei a mia discolpa. Non sono più neppure lucido e tagliente, annebbiato dalla complessità delle cose a cui di volta in volta mi avvicino, dagli anni che comunque cominciano a farsi sentire, e in ultima analisi anche da qualche birra di troppo.
Sento molto affetto attorno a me. No, non sono solo, non posso dirlo. Sento la responsabilità dell'affidamento di altre persone che, a loro rischio e pericolo, sono convinte di vedere qualcosa in me. Le adoro per questo, ma le adorerei comunque. L'amicizia e l'amore forse non sono altro che il tentativo di costruire attraverso gli altri una via di fuga da se stessi.