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mercoledì, 09 gennaio 2008

Appunti sul potere

Il potere è sopraffazione, dunque violenza. Ma non basta certo tale qualità a lambirne i contorni in maniera sensata. Esiste infatti sopraffazione anche senza che si dia potere. E’ possibile cioè, ad esempio, che la comunità A opprima la comunità B senza che necessariamente tale violenza sia vissuta e ‘riconosciuta’ come potere. La sopraffazione è un fatto contingente, e non certo l’entificazione di un rapporto di forza che può conservarsi per secoli, se non per millenni.

Infatti la sopraffazione in sé può estinguersi in un arco di tempo assai limitato. Per esempio a causa dell’estinzione della comunità A, oppure per l’estinzione della comunità B oggetto di tale violenza. Inoltre può esistere sopraffazione anche senza che tale superiorità nella violenza sia direttamente riconosciuta. Di fatto la comunità A può per l'appunto causare l’estinzione della comunità B: ma tale meccanismo può essere riconosciuto efficacemente soltanto a posteriori, e in ogni caso potrebbe non essere riconosciuto direttamente dalla comunità B, la quale nel frattempo magari è convinta di opporsi validamente alle angherie causate da A.
Non c’è dubbio però che il potere sia anche sopraffazione. Ma tale qualità è del tutto insufficiente per spiegarne la natura ambigua e potente.

Io credo che una delle radici fondanti del potere sia l’inganno, e attribuisco a tale fenomeno una matrice essenzialmente ‘logica’. Parlo cioè di un inganno linguistico, che si annida nei meandri di quello stesso strumento utilizzato dalla civiltà umana per propagare e veicolare le sue conoscenze.
Ogni definizione, ogni aggettivazione è, di per sé, potenzialmente latrice di tale inganno. Anche inconsapevolmente. Anzi: l’inganno è tanto più profondo quanto più è inconsapevole.

La nominazione è puro arbitrio. Chi nomina si arroga il diritto di ‘definire’ un che, individuando in tale definizione un contenuto che esclude proprio per definizione l’insieme delle possibilità non comprese in ciò che viene univocamente nominato. E’ evidente che si tratta di un artificio: e tale artificio, a valle, causa nella sua propagazione innumerevoli altre dispersioni di senso rispetto all’intenzione originaria. Ogni essere parlante è pertanto latore di inganno, e potenziale vettore di quel potere che magari nel suo intento vorrebbe addirittura escludere o smentire.

Ogni essere parlante, nello stesso preciso istante in cui a-voca a sé un’autonomia logica, in realtà e-voca quella medesima creatura mostruosa da cui forse si illude di sfuggire. Il risultato è un’in-vocazione… Cioè una mistica, più o meno formalmente leggiadra, che divora il sedicente e misero latore di (non) senso.
Soltanto in questo modo, istituzionalizzandosi nel linguaggio e nella cultura, la sopraffazione perviene alla sua mostruosa e più compiuta metamorfosi: diviene cioè potere. Il potere, infatti, è in grado a sua volta di attraversare secoli e millenni entificandosi in strutture linguistiche, organizzazioni, riti, tabù e traumi collettivi. Chiunque dia per scontate le strutture logiche da cui è parlato, è in realtà sostenitore e sacerdote di tale mostruoso e ineluttabile status quo.

Non c’è molta differenza, d’altronde, fra un inganno intenzionale e un inganno involontario. Superato infatti un limite cronologico piuttosto breve, ogni inganno si istituzionalizza e viene assorbito inconsapevolmente nelle strutture logiche che alimentano ogni presunta ‘cultura’. Valga ad esempio il culto per la “storia”. La storia è un’inutile menzione di fatti mai accaduti, l’artificio retorico di chi racconta la propria versione dei (mis)fatti una volta soppressa ogni controparte da cui potrebbe venir smentito. La storia pertanto non insegna e non smentisce, non dà e non toglie. Nella migliore delle ipotesi essa è una bilancia a tre piatti.

Il potere, mostruoso ibrido tra sopraffazione e inganno, ha bisogno di venir riconosciuto come tale per esercitare il suo dominio. E’ chiaro che tale compito è agevole se riesce a mimetizzarsi nel linguaggio e nelle sue strutture, o se addirittura esso riesce a influenzare direttamente la formazione delle strutture linguistiche di cui si serve. Si veda ad esempio la manipolazione del linguaggio nella società di massa: essa è una necessità, ma è anche l’assicurazione sulla vita di tale potere. Tale inganno, ancora una volta, ne rende impareggiabile la forza.

Come impedire dunque al potere di manifestarsi? Non riconoscendolo. Smentendolo quotidianamente. Rifiutando in particolare le strutture linguistiche di cui si nutre. Sabotando il suo artificio logico che, per quanto potente, è in ogni caso un fatto umano. Smantellando il suo inganno cercando di percepire le dispersioni e i buchi neri di cui costella la sua oppressione.

Evacuato del suo contenuto logico, caduta ogni maschera, al potere così come lo conosciamo oggi non resterebbe altro che rifugiarsi nella sopraffazione, e unicamente in essa. Ma la sopraffazione, per quanto virulenta, smaschera miseramente il contenuto del potere. Lo svuota di ogni senso, rendendolo debole e ‘logicamente’ incomprensibile, costringendolo cioè ad estinguersi in breve tempo. A meno che – beninteso – esso non riesca a trovare in tempo un nuova ‘logica’ dietro cui nascondersi e alimentarsi.

postato da: dhPhD alle ore 01:59 | link | commenti (5)
categorie: lampi e deliri

Commenti
#1    09 Gennaio 2008 - 07:00
 
Photobucket
n_uovo :*
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#2    11 Gennaio 2008 - 14:32
 
http://it.youtube.com/watch?v=DFUNTQvjc-M
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#3    12 Gennaio 2008 - 02:18
 
Letto questo ti chiesi: Perchè il popolo, la massa, sottostà al potere?

Quando me lo svolgi questo compitino?

:)))

Baci
Uto
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#4    12 Gennaio 2008 - 15:48
 
Come sempre illuminante!
Grazie
Bacini
utente anonimo

#5    19 Agosto 2009 - 14:00
 
http://www.napolionline.org/new/intervista-a-marco-savarese-degli-amici-di-beppe-grillo-di-napoli
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