La bottiglia di Unicum predata come fossero le gambe di una bella donna. La classica sbornia da superalcolici, che ben conosco, e che ormai più neppure mi fa tremare le vene e i polsi. Gli occhi un po' più chiusi del solito, la seconda sigaretta che porto alla bocca prima di accendere la prima; gli unici, importanti ma isolati, segni della scarsa lucidità. Per il resto nulla da rilevare, mentre ascolto con rinnovato orecchio la sintassi della superba ouverture del Don Giovanni.
Al capolinea, incespico. Le gambe deboli, quasi doloranti di un dolore vivo nella memoria ma mai vissuto davvero. Ho addosso alcune formiche che cercano chissà cosa, un cadavere a termine forse, e qua e là le sorprendo mordermi quasi per supplicarmi di riportarle nel formicaio donde le ho inconsapevolmente rapite. Non sono l'unico sveglio stanotte alla mia consueta buon'ora.
Ma neppure nell'alcol affoga la mia inestinguibile, immarcescibile noia. L'inappetenza di un digiuno interrotto da un risveglio temporaneo ma troppo pigro per definirsi disperazione. Non è possibile, credo, ricercare in me i segni di un conivolgimento autentico. Nulla, se non la fabula di un discorso all'apparenza genialoide ma talmente debole da venir lasciato cadere alla prima traversa un po' più illuminata. Scorie, in ultima analisi.
Un tempo l'amor proprio valeva almeno ad imbarcarmi in tremendi equivoci. Ora questi li conservo, semmai, in parte per abitudine, in parte per evitare di contraddire un amabile interlocutore. Dov'era un tempo la vanità del tutto ora ha preso piede il malcelato disgusto di un flebile, esile vezzo.
Volli, sempre volli, sfessacchiatissimamente volli
Sarebbe stato bello, ma così non è. La sbornia è un solletico che non riesce neppure a dissuadermi dal correggere le lettere che, nelle mie nebbie, sbaglio a digitare. Perfezionismo demoniaco; mia madre deve avermi davvero amato troppo.
Nulla è più forte dell'assenza - o vecchio buffonissimo! - patetico rigurgito di un attaccamento alla vita che non mi ha mai riguardato. Povere donne latrici di vita, per nulla conte del mio puntuale bizzarra è inver la scena onde svariate volte mi sono distrutto senza prendermi troppo sul serio, ammirando la caligine impietosa che veniva fuori decomponendo la luce delle cose vi ponevo innanzi. Porto con me il morbo della peste, e addirittura mi capita di essere ammirato ed amato per questo - va' là che sei un buffone!
Non se ne viene fuori, non lo permetto. Ho il complesso del giocatore d'azzardo incallito che siede al tavolo attendendo di recuperare la fortuna accumulata in decenni e smarrita nel corso di miseri quarti d'ora. Vivo di equivoci, di inganni, e lascio addirittura che taluni confidino in essi. Mi adopero per far del male - del male - a chi mi ama, ma sono sincero tanto nell'inganno quanto nell'amore.
Fuggire. Il nome che porto è menzogna. Aiutatemi a dimenticarmi di me. Sono un idiota autentico, e questo è uno stato assai peggiore - benché in apparenza rassicurante - dell'essere idioti di un'idiozia presa a prestito da qualcun altro. O forse, più semplicemente, è l'unica fortuna per cui valga davvero la pena piangersi addosso.
In altri tempi avrei definito questo un periodo 'fortunato'. Per ragioni misteriose e incomprensibili mi capita di piacere più di quanto mi accada normalmente. Non faccio nulla per piacere, e questo comportamento sarebbe potuto risultare in buona parte inconsueto al me stesso di qualche anno fa. Non faccio nulla, punto. Sarà questa la ricetta 'fortunata' di un me, sfessacchiato come non mai, che risulta addirittura desiderabile agli occhi di qualcuna.
Lo sguardo assente perso nel vuoto, un vuoto che è una cappa di piombo, ma perso a tal punto da apparire quasi disinvolto. Il mio cuore, scrissi una volta da qualche parte, è e resta una lastra di ghiaccio. Ma di ghiaccio tiepido, senza quei rigori che forse a questo punto invocherei a mia discolpa. Non sono più neppure lucido e tagliente, annebbiato dalla complessità delle cose a cui di volta in volta mi avvicino, dagli anni che comunque cominciano a farsi sentire, e in ultima analisi anche da qualche birra di troppo.
Sento molto affetto attorno a me. No, non sono solo, non posso dirlo. Sento la responsabilità dell'affidamento di altre persone che, a loro rischio e pericolo, sono convinte di vedere qualcosa in me. Le adoro per questo, ma le adorerei comunque. L'amicizia e l'amore forse non sono altro che il tentativo di costruire attraverso gli altri una via di fuga da se stessi.
Stanco di aspiranti suicide con i prevedibili dubbi dell'ultima ora, di gatte morte fuori tempo massimo, di maliarde fallite. La noia impera. Il femminile muore e lascia dietro di sé banalità e ridicolo, una processione senza fine di idioti in visibilio al seguito del feretro del nulla. E in questo caso il profumo non copre neppure la puzza di sudore.
Queste sedicenti donne sono per lo più pazze calcolatrici in vena di esercizio di potere continuato ed aggravato ai danni di qualche malcapitato. Per quanto mi riguarda sempre più volentieri io mi sottraggo da codesto esercizio, semplicemente perché esso mi ingenera puntualmente una noia mortale. Noia, noia, null'altro che noia. E dove non sopraggiunge la noia - peraltro - accorre sovente salvifica la mia santa pigrizia.