Il film, dopo una suggestiva prima parte, si svilisce secondo me in una ricostruzione da epopea della fiction. L'interessante sovrapposizione iniziale tra onirico-reale-storico si perde nei meandri di una vicenda, tutto sommato, di assai modesto interesse.
Il talento di Bellocchio mal bilancia ambizioni ed esiti. E così, perché la storia da rotocalco rosanero va pur raccontata, le lungaggini semi-incomprensibili finiscono per prendere il sopravvento - soprattutto nella seconda parte - sulla visionarietà di alcune scene che ricordano la genialità di Fellini, Buñuel o Kusturica.
Credo che Bellocchio, a parte probabilmente un'ispirazione non unitaria, abbia pagato dazio all'esigenza di non deludere del tutto le aspettative del pubblico, facendosene in buona parte condizionare.
Perciò la Mezzogiorno, pur brava in alcuni frangenti, finisce onestamente per stancare presto nel ruolo della madre-coraggio. Ruolo che invece avrà senz'altro accontentato gli adoratori delle fiction, rimasti un po' a bocca asciutta nel primo tempo.
Filippo Timi, nel doppio ruolo del duce giovane e in quello del suo sventurato figlio avuto da Ida Dalser, paga maggiormente della Mezzogiorno le incerte intenzioni del regista, oltre che la sua somiglianza con Corrado Guzzanti il quale, peraltro, imitava il duce assai meglio di lui in Fascisti su Marte.