Demon Hunter

(Molto al di là del bene e del male)

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martedì, 29 gennaio 2008

Mozzarella cheese

SALERNO (ITALY) - 21 GENNAIO 2008






Stream of (un)consciousness:

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http://www.youtube.com/watch?v=bZVXiSAw-y0
postato da: dhPhD alle ore 06:33 | link | commenti (16)
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L'ultimo degli indipendenti



Un vero capolavoro, con uno straordinario Walter Matthau doppiato impagabilmente da Renato Turi.
Mi riferisco al film Chi ucciderà Charley Varrick?, 1973, di Don Siegel. Ma il titolo originale è più indicativo, e suona così: Charley Varrick – L’ultimo degli indipendenti (Charley Varrick - The last of the Independents).
Le fattezze grottesche e ciniche di un eccezionale Matthau disegnano un personaggio magistrale, dall’irresistibile furore anarcoide, in grado di rovesciare gli eventi a suo vantaggio con la sua sola intelligenza, cortocircuitando situazioni apparentemente senza uscita.
L’ultimo degli indipendenti si fa beffe di un mondo che toglie respiro e spazio vitale ai suoi abitanti, e ne mostra così l’insensatezza e la violenza, ma anche la profonda debolezza di fondo. Sulfureo e accattivante, Charley Varrick è innanzitutto follia e destabilizzazione, celate dietro un aplomb apparentemente impeccabile.
Ma il film di Don Siegel, un thriller del tutto atipico, è soprattutto un esilarante sberleffo che tradisce e capovolge puntualmente le aspettative dello spettatore. Assolutamente geniale.



postato da: dhPhD alle ore 02:22 | link | commenti
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martedì, 22 gennaio 2008

La 'filiera' degli affari

Sardone e le altre località prossime alla periferia di Salerno. Gli scempi in essere e quelli in cantiere, promossi dalla consociazione Ds salernitana. (video girato il 21 gennaio 2008)

postato da: dhPhD alle ore 04:11 | link | commenti (9)
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lunedì, 21 gennaio 2008

Lampi e deliri in tarda notte

Ogni critica al capitalismo che non sia critica al potere non mi interessa. Non mi interessa semplicemente perché capitalismo e potere sono concetti interrelati, ma non immediatamente sovrapponibili. L’oppressione dell’uomo sull’uomo esisteva prima dell’avvento di codesto fantomatico capitalismo, e sopravviverà eventualmente anche al suo tramonto.
Se il superamento del capitalismo non produrrà il superamento dell’oppressione dell’uomo sull’uomo, chi se ne frega poi in fondo del modo concreto in cui vengono oppressi gli esseri umani?
 
Piuttosto mi sembra molto più interessante riflettere sull’efficacia del capitalismo nell’aderire al potere, e quindi comprendere le ragioni della sua fortuna. Si tratta cioè di interpretare quali paradigmi propri del capitalismo lo abbiano reso vettore del potere, e con quella straordinaria efficacia che è sotto gli occhi di tutti.
E’ evidente che tentare di fornire risposte certe ed inequivocabili in merito è pura follia. Ma credo che sollevare il problema possa essere in ogni caso interessante, forse anche più di una sua avveniristica soluzione.
 
Scrivevo qualche giorno fa che il potere è inganno, oltre che sopraffazione, dando a tale affermazione un contenuto essenzialmente linguistico: il potere ci intrappola perché esso è innanzitutto linguaggio. L’inganno – dal canto suo – è possibile sia perché chi è più forte crea una mistica dell’inganno che trasla nel linguaggio ai danni di chi è più debole, sia perché esistono asimmetrie informative tra il gruppo A e il gruppo B. Può darsi ad esempio che il gruppo A abbia casualmente trovato un modo di conservare il cibo che il gruppo B ignora. Il gruppo B non può sopravvivere senza questa conoscenza detenuta da A. Il gruppo A si trova in una condizione di potere su B, ma solo a patto che esso non sveli mai questa conoscenza, sublimando l’esercizio di questo potere attraverso la creazione, ancora una volta, di una mistica dell’inganno che limiti e risulti fuorviante per B. Le effettive possibilità da parte di B di attingere davvero questa conoscenza risulteranno tanto più scarse quanto più articolato è l’inganno di A. Nel frattempo il gruppo A continuerà a prosperare, trovandosi presto in una condizione di forza tale da schiacciare B. Ma, in ogni caso, la scoperta dell’inganno da parte di B restituirebbe il potere esercitato da A alla sua mera natura di sopraffazione.
L’asimmetria informativa tra A e B determina dunque l’esercizio di un potere di A su B.
 
Il capitalismo eleva la scienza a forma di produzione attraverso la macchina. Ogni impresa è portatrice di un’asimmetria informativa nei confronti del resto del mondo. E non a caso il concetto moderno di stato nasce proprio con l’avvento del capitalismo. Ogni stato, in questi termini, può essere cioè definito come l’insieme delle asimmetrie informative in contatto reciproco. Ciò che esula tendenzialmente dalla reciprocità non è ‘stato’. Ciò che esula dalla reciprocità presuppone la formazione di un rapporto di forza (“voi acquistate da noi”), se non di sudditanza, tra ‘stati’ o ‘regioni’.
L’asimmetria informativa della singola impresa, tra l’altro, espropria l’individuo delle sue prerogative sociali, costringendolo a rinunciare alle sue abilità ‘artigianali’ a vantaggio di ciò che l’impresa “sa far meglio e soprattutto in più breve tempo”. Qui non parlo necessariamente dell’uso della violenza, largamente utilizzata in ogni tempo per raggranellare manodopera a basso costo in ogni dove. Parlo in particolare dell’irrimediabile perdita di micropotere sociale, ad esempio, da parte del ciabattino in grado di realizzare un paio di scarpe al giorno mentre un’impresa può realizzarne 100 al giorno per unità lavorativa a bassa specializzazione.
Il capitalismo, in sintesi, aderisce al potere come un guanto in questa sua capacità di creare e soprattutto moltiplicare le asimmetrie informative. L’asimmetria informativa diventa gestione del potere. Ma è la proprietà dei mezzi di produzione che garantisce l’asimmetria informativa.
 
Un’altra prerogativa che accomuna potere e capitalismo è il paradigma scarsità-abbondanza delle risorse. Il capitalismo consente al potere di modificare in corsa la scarsità relativa dei beni. In un’economia primitiva, ad esempio, il conflitto tra le comunità A e B per la fonte X si esaurirebbe con l’estinzione di una delle comunità, oppure con un accordo. Il capitalismo, invece, riesce ad alterare con efficacia le ragioni di scambio tra gli individui, introducendo nuovi bisogni e nuovi beni. I nuovi bisogni e i nuovi beni determinano la nascita di nuovi rapporti di forza e di nuovi poteri. Ancora una volta: chi detiene la proprietà dei mezzi di produzione esercita gestione del potere.

Ma gestione del potere non equivale necessariamente a proprietà dei mezzi di produzione. E’ importante tenere ben presente questo aspetto, per non incappare – a mio avviso – nella grave impasse di considerare potere e capitalismo come sinonimi.   
postato da: dhPhD alle ore 05:12 | link | commenti (6)
categorie: lampi e deliri
giovedì, 17 gennaio 2008

Nourriture

«Si è costretti all'esserci trafelato: questo piegarsi alla rappresentanza, ai libri, a questa nourriture della quale avrei fatto assolutamente a meno. Non si scampa alla volgarità dell'azione, alla scorreggia drammatica della rappresentazione di Stato. Si è obbligati allo scandalo, quasi fosse la "prima comunione" con l'indifferente prossimo tuo, con l'odiato condomino, che non detesterai mai quanto te stesso».

Carmelo Bene in Autografia di un ritratto, 1995


             
postato da: dhPhD alle ore 04:20 | link | commenti (2)
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martedì, 15 gennaio 2008

Uno sguardo gettato via sull’orizzonte:
l’orizzonte delle cose perdute,
di quelle mai avute,
e di quelle che non avremo mai.
 
Era bello parlarsi addosso per ore,
e poi ascoltare trafelati il nostro silenzio.
Una volta dicesti: “Ti ruberei gli occhi
per comprendere davvero il tuo sguardo”.
 
Ciò che allora sembrava lontano
all’improvviso si è fatto presente.
Quel vuoto minaccioso ed oscuro
è ormai una rapida coltre
piombata rapace sulle nostre illusioni.
Neppure i nostri occhi si guardano più.
 
Mi resta il mio sguardo,
quello sguardo che amavi,
gettato da sempre al vento e alle ortiche.
Mi resta una notte stellata e gelida,
luccicante dall’orlo estremo
di un abisso desolato e senza senso.
postato da: dhPhD alle ore 07:04 | link | commenti (3)
categorie: poesie
domenica, 13 gennaio 2008

"Studierò qualcosa di meno rumoroso... Molto più elegante!"


Robert Walker e Farley Granger in Delitto per delitto (Strangers on a train), 1951, di Alfred Hitchcock

postato da: dhPhD alle ore 06:59 | link | commenti
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mercoledì, 09 gennaio 2008

Appunti sul potere

Il potere è sopraffazione, dunque violenza. Ma non basta certo tale qualità a lambirne i contorni in maniera sensata. Esiste infatti sopraffazione anche senza che si dia potere. E’ possibile cioè, ad esempio, che la comunità A opprima la comunità B senza che necessariamente tale violenza sia vissuta e ‘riconosciuta’ come potere. La sopraffazione è un fatto contingente, e non certo l’entificazione di un rapporto di forza che può conservarsi per secoli, se non per millenni.

Infatti la sopraffazione in sé può estinguersi in un arco di tempo assai limitato. Per esempio a causa dell’estinzione della comunità A, oppure per l’estinzione della comunità B oggetto di tale violenza. Inoltre può esistere sopraffazione anche senza che tale superiorità nella violenza sia direttamente riconosciuta. Di fatto la comunità A può per l'appunto causare l’estinzione della comunità B: ma tale meccanismo può essere riconosciuto efficacemente soltanto a posteriori, e in ogni caso potrebbe non essere riconosciuto direttamente dalla comunità B, la quale nel frattempo magari è convinta di opporsi validamente alle angherie causate da A.
Non c’è dubbio però che il potere sia anche sopraffazione. Ma tale qualità è del tutto insufficiente per spiegarne la natura ambigua e potente.

Io credo che una delle radici fondanti del potere sia l’inganno, e attribuisco a tale fenomeno una matrice essenzialmente ‘logica’. Parlo cioè di un inganno linguistico, che si annida nei meandri di quello stesso strumento utilizzato dalla civiltà umana per propagare e veicolare le sue conoscenze.
Ogni definizione, ogni aggettivazione è, di per sé, potenzialmente latrice di tale inganno. Anche inconsapevolmente. Anzi: l’inganno è tanto più profondo quanto più è inconsapevole.

La nominazione è puro arbitrio. Chi nomina si arroga il diritto di ‘definire’ un che, individuando in tale definizione un contenuto che esclude proprio per definizione l’insieme delle possibilità non comprese in ciò che viene univocamente nominato. E’ evidente che si tratta di un artificio: e tale artificio, a valle, causa nella sua propagazione innumerevoli altre dispersioni di senso rispetto all’intenzione originaria. Ogni essere parlante è pertanto latore di inganno, e potenziale vettore di quel potere che magari nel suo intento vorrebbe addirittura escludere o smentire.

Ogni essere parlante, nello stesso preciso istante in cui a-voca a sé un’autonomia logica, in realtà e-voca quella medesima creatura mostruosa da cui forse si illude di sfuggire. Il risultato è un’in-vocazione… Cioè una mistica, più o meno formalmente leggiadra, che divora il sedicente e misero latore di (non) senso.
Soltanto in questo modo, istituzionalizzandosi nel linguaggio e nella cultura, la sopraffazione perviene alla sua mostruosa e più compiuta metamorfosi: diviene cioè potere. Il potere, infatti, è in grado a sua volta di attraversare secoli e millenni entificandosi in strutture linguistiche, organizzazioni, riti, tabù e traumi collettivi. Chiunque dia per scontate le strutture logiche da cui è parlato, è in realtà sostenitore e sacerdote di tale mostruoso e ineluttabile status quo.

Non c’è molta differenza, d’altronde, fra un inganno intenzionale e un inganno involontario. Superato infatti un limite cronologico piuttosto breve, ogni inganno si istituzionalizza e viene assorbito inconsapevolmente nelle strutture logiche che alimentano ogni presunta ‘cultura’. Valga ad esempio il culto per la “storia”. La storia è un’inutile menzione di fatti mai accaduti, l’artificio retorico di chi racconta la propria versione dei (mis)fatti una volta soppressa ogni controparte da cui potrebbe venir smentito. La storia pertanto non insegna e non smentisce, non dà e non toglie. Nella migliore delle ipotesi essa è una bilancia a tre piatti.

Il potere, mostruoso ibrido tra sopraffazione e inganno, ha bisogno di venir riconosciuto come tale per esercitare il suo dominio. E’ chiaro che tale compito è agevole se riesce a mimetizzarsi nel linguaggio e nelle sue strutture, o se addirittura esso riesce a influenzare direttamente la formazione delle strutture linguistiche di cui si serve. Si veda ad esempio la manipolazione del linguaggio nella società di massa: essa è una necessità, ma è anche l’assicurazione sulla vita di tale potere. Tale inganno, ancora una volta, ne rende impareggiabile la forza.

Come impedire dunque al potere di manifestarsi? Non riconoscendolo. Smentendolo quotidianamente. Rifiutando in particolare le strutture linguistiche di cui si nutre. Sabotando il suo artificio logico che, per quanto potente, è in ogni caso un fatto umano. Smantellando il suo inganno cercando di percepire le dispersioni e i buchi neri di cui costella la sua oppressione.

Evacuato del suo contenuto logico, caduta ogni maschera, al potere così come lo conosciamo oggi non resterebbe altro che rifugiarsi nella sopraffazione, e unicamente in essa. Ma la sopraffazione, per quanto virulenta, smaschera miseramente il contenuto del potere. Lo svuota di ogni senso, rendendolo debole e ‘logicamente’ incomprensibile, costringendolo cioè ad estinguersi in breve tempo. A meno che – beninteso – esso non riesca a trovare in tempo un nuova ‘logica’ dietro cui nascondersi e alimentarsi.

postato da: dhPhD alle ore 01:59 | link | commenti (5)
categorie: lampi e deliri
martedì, 08 gennaio 2008

"Cara, m'hai rotto il... timpano"

Gioachino Rossini, L'Italiana in Algeri (1813), Atto I - Scena I. 
L'esilarante entrata in scena del Bey Mustafà
. (ascolta audio)

Mustafà
Delle donne l'arroganza,
Il poter, il fasto insano,
Qui da voi s'ostenta invano,
Lo pretende Mustafà.

Zulma
Su, coraggio, mia Signora.

Haly
E' un cattivo quarto d'ora.

Elvira
Di me stessa or più non curo;
Tutto ormai degg'io tentar.

Coro
(Or per lei quel muso duro
Mi dà poco da sperar.)

Zulma
Su, coraggio, mia Signora.

Elvira
Signor, per quelle smanie
Che a voi più non nascondo...

Mustafà
Cara, m'hai rotto il timpano:
Ti parlo, schietto e tondo.
Non vo' più smorfie:
Di te non so che far.

Elvira
Ohimè...Signor...ma...se...

Haly, Zulma, Elvira e coro
(Oh! che testa stravagante!
Oh! che burbero arrogante!)
Più volubil d'una foglia
Va il suo cuor di voglia in voglia
Delle donne calpestando
Le lusinghe e la beltà.

Mustafà
Più volubil d'una foglia
Va il mio cuor di voglia in voglia
Delle donne calpestando
Le lusinghe e la beltà.

Elvira
Signor...sentite...se mai...

Mustafà
Cara m'hai rotto il timpano:
Di te non so che far.

Tutti
Più volubil d'una foglia
Va il suo cuor di voglia in voglia
Delle donne calpestando
Le lusinghe e la beltà.


(The good shepherd, 2007, di Robert De Niro)
postato da: dhPhD alle ore 06:42 | link | commenti (1)
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sabato, 05 gennaio 2008

L'immenso finale del Guglielmo Tell (1829), di Gioachino Rossini. Rossini, trentasettenne all'epoca del Guglielmo Tell, non era neppure al primo giro di boa della sua vita. Ma dopo quell'opera non avrebbe composto nient'altro.

La musica di Rossini, a mio parere, è forza caotica di potenza incomparabile. Ma non cerca di comunicare o di simulare alcunché. E' lì, nel suo splendore e nella sua astratta e quasi spaventosa lontananza dal resto delle cose umane. Credo che questo finale, nel suo assoluto nitore, comunichi un'inquietudine paragonabile a quella che investe chi si ritrovi a contemplare l'oscuro mistero di una notte gelida e stellata.


GUGLIELMO
Tutto cangia, il ciel si abbella,
L'aria è pura.

EDWIGE
Il dì raggiante.

JEMMY
La natura è lieta anch'ella.

ARNOLDO
E allo sguardo incerto, errante,
tutto dolce e nuovo appar.

GUGLIELMO
Quel contento che in me sento
Farsi intrigo al ciel tonante.
Di tuo regno fia l’avvento
sulla terra, libertà!

TUTTI
Sulla terra libertà!
Sulla terra libertà!


(Furore, 1940, di John Ford)


 

postato da: dhPhD alle ore 08:33 | link | commenti (1)
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