(ovvero: come scomparire in un personaggio e farlo passare alla storia)
Un nome "anonimo" per una
voce "anonima"... La voce del più grande doppiatore italiano di sempre:
Giuseppe Rinaldi, detto Peppino.
Rivedendo
Stromboli terra di Dio, 1949, di Roberto Rossellini, ho riconosciuto quella voce inconfondibilmente anonima. L'ho riconosciuta
soltanto perché ho imparato a riconoscerla, anche per merito dei discorsi che un mio amico ed io facciamo da qualche mese sull'argomento "doppiaggio". Nei primissimi minuti del film compare un sergente che - con accento partenopeo imitato peraltro benissimo - intima ad Antonio (Mario Vitale) di allontanarsi dal filo spinato attraverso cui parla con Karin (Ingrid Bergman). La voce è chiaramente quella di Peppino (ormai, per me e per il mio amico, il
Peppino per antonomasia è Giuseppe Rinaldi). Credo - ma non ne sono sicuro al 100%, anche perché non ho trovato nessun altro riscontro - che i panni del sergente siano vestiti proprio da Peppino.
Ma qual è la grandezza di Peppino, magistrale doppiatore italiano - tra i numerosissimi altri - di Jack Lemmon, Marlon Brando e Peter Sellers?
La sua voce non caratterizza, non carica di ingombro alcun personaggio, e resta fondamentalmente scollegata dalla memoria e dalla figura degli attori cui essa è prestata. Il che è un pregio enorme, soprattutto se consideriamo gli "eccessi" di caratterizzazione di altri doppiatori, splendidi e perfetti in alcuni ruoli - tanto da rimanere impressi anche nell'immaginazione dello spettatore più distratto - ma goffi e pesanti in altri doppiaggi. Mi vengono in mente innanzitutto
Ferruccio Amendola che doppia Sylvester Stallone, oppure
Pino Locchi che presta la sua voce a Sean Connery.
Peppino non caratterizza, né "imita" le cadenze dei suoi personaggi. Direi piuttosto che le reinventa con duttilità e abilità straordinarie. Un genio, indubbiamente. Un mostro di tecnica, innanzitutto, ma del tutto estraneo a qualunque sfoggio di arte retorica. Una voce - la sua - capace di passare con abilità e disinvoltura autenticamente diaboliche attraverso i più svariati registri. Credo che siano davvero pochi gli attori al mondo in grado di
rappresentare contemporaneamente la comicità di Peter Sellers e l'inquietudine drammatica di Marlon Brando. Oppure la versatilità di Jack Lemmon e il "fascino" di Paul Newman... Per non parlare del suo agghiacciante doppiaggio di James Dean in
Gioventù Bruciata, che insegue nei toni alti di una recitazione inquieta e sommessa, quasi fino allo snaturamento della propria identità vocale, fino cioè a rendersi davvero irriconoscibile e a
scomparire. A scomparire e
dimenticarsi di sé, per l'appunto, dimenticando dunque anche di essere un attore...
Peppino Rinaldi in "Il ratto delle Sabine (Il professor Trombone)"
, 1945, di Mario Bonnard
Il Peppino "doppiatore" è dunque un "attore"? Non c'è dubbio che almeno in parte lo sia. Ma in parte non lo è affatto, e non per la classica obiezione che da sempre è stata fatta ai doppiatori, quella cioè di essere degli
attori di serie B o degli
attori mancati.
E forse Peppino da piccolo aveva un sogno, lo stesso di tanti bambini di oggi: da grande avrebbe voluto fare l'attore. Un sogno mai realizzatosi compiutamente. Prestare agli altri attori la propria voce potrebbe dunque essere stato un ripiego, vissuto magari con qualche sofferenza. Rivedendo il volto sommesso di Peppino in
Stromboli - attore anonimo e senza il classico
physique du rôle - questo dettaglio non può non tornare alla mente. Come la diatriba sui (presunti) attori di serie B o attori mancati.
Ma tale diatriba lascia il tempo che trova. A maggior ragione in questo caso. Peppino infatti è stato un artista geniale, un maestro impareggiabile, e comunque non un attore tout-court. E' un uomo che ha creato opere d'arte autentiche attraverso la sua voce immensa, perché ha immaginato e disegnato forme e sfumature sonore che vanno ben al di là di un "linguaggio" codificato, o di forme o maniere già note. E' stato un genio e un talento smisurato, tanto da creare egli stesso un linguaggio a sé stante, un linguaggio che non somiglia a niente e a nessuno.
Da non-attore egli ha cioè messo in crisi il concetto stesso di attorialità e di interpretazione, prospettando vastità e contorni di impareggiabile eleganza e sapienza artistica. Oltre l'attore resta dunque il suono, forse neppure la voce, neppure le parole, ma unicamente il suono, che si inerpica nella varietà inattingibile e sterminata della mente umana. E - se da tale labirinto riesce a trovare una via di fuga una "caratterizzazione" ben precisa e determinata - questa non è una scelta studiata, "tecnica", o "retorica". E di sicuro non lo è a-priori. E' piuttosto una sinfonia di assoluto nitore ideata con assoluta naturalezza. Umanissima ma anche inumana in quella sua densa e sofferta genialità che la porta - a volte drammaticamente, a volte con sorniona condiscendenza - all'inevitabile oblio di sé.
Per la serie: chiamiamolo "miracolo", più che "doppiaggio"...
(Per approfondimenti sul doppiaggio italiano: http://www.antoniogenna.net)