La bottiglia di Unicum predata come fossero le gambe di una bella donna. La classica sbornia da superalcolici, che ben conosco, e che ormai più neppure mi fa tremare le vene e i polsi. Gli occhi un po' più chiusi del solito, la seconda sigaretta che porto alla bocca prima di accendere la prima; gli unici, importanti ma isolati, segni della scarsa lucidità. Per il resto nulla da rilevare, mentre ascolto con rinnovato orecchio la sintassi della superba ouverture del Don Giovanni.
Al capolinea, incespico. Le gambe deboli, quasi doloranti di un dolore vivo nella memoria ma mai vissuto davvero. Ho addosso alcune formiche che cercano chissà cosa, un cadavere a termine forse, e qua e là le sorprendo mordermi quasi per supplicarmi di riportarle nel formicaio donde le ho inconsapevolmente rapite. Non sono l'unico sveglio stanotte alla mia consueta buon'ora.
Ma neppure nell'alcol affoga la mia inestinguibile, immarcescibile noia. L'inappetenza di un digiuno interrotto da un risveglio temporaneo ma troppo pigro per definirsi disperazione. Non è possibile, credo, ricercare in me i segni di un conivolgimento autentico. Nulla, se non la fabula di un discorso all'apparenza genialoide ma talmente debole da venir lasciato cadere alla prima traversa un po' più illuminata. Scorie, in ultima analisi.
Un tempo l'amor proprio valeva almeno ad imbarcarmi in tremendi equivoci. Ora questi li conservo, semmai, in parte per abitudine, in parte per evitare di contraddire un amabile interlocutore. Dov'era un tempo la vanità del tutto ora ha preso piede il malcelato disgusto di un flebile, esile vezzo.
Volli,
sempre volli,
sfessacchiatissimamente
volli